
Le Società Benefit non hanno bisogno soltanto di imprese che ci credano.
Hanno anche bisogno di territori che ci credano.
E ieri è arrivato un segnale importante. Dopo le esperienze avviate in Puglia e Veneto, anche Milano sceglie di riconoscere il valore delle Società Benefit nella costruzione di un ecosistema economico orientato all’impatto.
Il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità la mozione per la diffusione e la promozione del modello delle Società Benefit, a firma dei consiglieri Valerio Pedroni, Natascia Tosoni e Beatrice Ugu.
Non è soltanto una mozione. È una presa di posizione.
Perché significa riconoscere che esistono imprese che non vogliono più scegliere tra competitività e responsabilità, profitto e beneficio comune, crescita e impatto. Significa anche che queste imprese possono svolgere un ruolo cruciale in un ecosistema più ampio nel quale istituzioni, imprese, Terzo Settore, ricerca e comunità collaborano per generare valore condiviso.
Milano parte da una posizione particolare: è la città italiana con il maggior numero di Società Benefit, 1.148, all’interno di una Lombardia che ne conta 1.671.
Ma proprio per questo ha anche una responsabilità. Non limitarsi a contare le Benefit ma creare le condizioni perché il loro modello possa crescere.
La mozione va in questa direzione: più formazione e sensibilizzazione, maggiore conoscenza del modello, alleanze tra Società Benefit, imprese ad impatto e soggetti dell’economia sociale e una progressiva valorizzazione della governance purpose-driven anche nelle partecipate pubbliche.
È qui che, secondo me, si apre la parte più interessante. Perché il vero salto non sarà avere più Società Benefit. Sarà avere più territori capaci di riconoscerle, sostenerle e metterle in relazione.
E forse, a questo punto, possiamo porci una domanda: se le imprese stanno cambiando il modo di fare impresa, quanto anche le istituzioni devono cambiare il modo di creare le condizioni perché questo accada?
E qui si apre, a mio avviso, una sfida interessante anche sul piano normativo. Credo che questo sia soprattutto un punto di partenza. Il riconoscimento istituzionale è importante. Il passo successivo sarà creare condizioni sempre più favorevoli perché il modello Benefit possa esprimere pienamente il proprio potenziale: non come semplice qualifica statutaria, né come ulteriore adempimento, ma come forma di governance capace di integrare competitività, responsabilità e impatto nel modo di fare impresa.
L’auspicio è che questo percorso possa portare anche a un’evoluzione della normativa sulle Società Benefit, per rafforzarne la legittimazione, chiarirne ulteriormente il ruolo e valorizzarne il potenziale come infrastruttura dell’economia civile.
Perché una legge può riconoscere un modello. Ma è un ecosistema che può renderlo realmente trasformativo.
Grazie alla Commissione Consiliare Speciale per l’Economia Civile e lo Sviluppo del Terzo Settore e, in particolare, al consigliere Valerio Pedroni e Natascia Tosoni, per aver portato questo tema dentro l’agenda istituzionale di Milano e a cui sono grata per avermi coinvolto nel dibattito interno.
Ieri è stato fatto un passo. Adesso vediamo dove può arrivare.



