Il 2025 segna un passaggio cruciale per la rendicontazione di sostenibilità delle società quotate italiane. Non si tratta solo di un cambio di nome, dalla Dichiarazione Non Finanziaria alla nuova Rendicontazione di Sostenibilità, ma di un vero cambio di paradigma, spinto dall’evoluzione normativa europea e da un contesto geopolitico sempre più complesso. Come ricorda il Rapporto CONSOB, “la disciplina sulla rendicontazione di sostenibilità è già oggetto di nuove modifiche”, segno di un quadro in rapido movimento.
Un sistema normativo che cambia pelle
L’Italia ha recepito la CSRD con il d.lgs. 125/2024, introducendo obblighi più articolati e allineati agli standard europei ESRS. Ma la vera svolta arriva nel 2026, quando una nuova direttiva europea restringe ulteriormente il perimetro delle imprese obbligate: solo quelle con oltre 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di ricavi. Le PMI quotate, finora coinvolte, vengono escluse.
È un cambio di rotta che ridisegna il panorama della rendicontazione, alleggerendo gli oneri per molte imprese ma al tempo stesso innalzando l’asticella per chi rimane nel perimetro.
Chi rendiconta davvero?
Nel 2025, 136 società italiane quotate, circa il 70% del totale, hanno pubblicato la loro rendicontazione di sostenibilità. Il Rapporto analizza un campione rappresentativo di 60 imprese, equamente divise tra chi sarà ancora obbligato in futuro (in-scope) e chi invece ne uscirà (out-of-scope).
Il quadro che emerge è variegato: molte sono PMI, la maggior parte appartiene a settori non finanziari, e quasi tutte hanno già avviato un percorso strutturato di governance della sostenibilità. Ben 48 società, ad esempio, hanno istituito un comitato endoconsiliare dedicato.
La doppia materialità: un principio ancora in costruzione
La CSRD ha introdotto un concetto chiave: la doppia materialità, cioè la capacità di valutare sia gli impatti dell’azienda sull’ambiente e sulla società, sia i rischi finanziari che ne derivano.
Eppure, solo il 13% delle società utilizza una matrice formale per rappresentarla. Nonostante questo, il coinvolgimento degli stakeholder è molto diffuso (l’80% delle imprese che li consulta e nel 92% dei casi spiega come lo fa) e il CdA approva i risultati nel 93% dei casi.
È un segnale chiaro: la sostanza c’è, anche se la forma è ancora in evoluzione.
Strategia e transizione: un percorso a due velocità
Il 63% delle società ha adottato un piano ESG, ma solo il 13% dispone di un vero piano di transizione climatica. Le imprese in-scope mostrano una maggiore maturità: integrano gli SDGs, collegano gli obiettivi ESG alla strategia e includono la sostenibilità nella pianificazione di lungo periodo.
Le out-of-scope, pur con strutture più leggere, mantengono livelli di disclosure sorprendentemente allineati.
I temi che contano davvero
Dall’analisi della doppia materialità emergono alcune certezze:
- Cambiamenti climatici (E1): materiale per il 100% delle società.
- Uso delle risorse ed economia circolare (E5): rilevante per l’83%.
- Lavoratori dell’impresa (S1): centrale per tutte le aziende, con il maggior numero di impatti dichiarati.
- Condotta aziendale (G1): materiale per il 96,7%.
Sono i pilastri della sostenibilità percepita dalle imprese: clima, persone, etica.
ESG e remunerazione: un legame sempre più stretto
Il 78% delle società lega la remunerazione dell’amministratore delegato a obiettivi ESG. Nelle imprese in-scope la percentuale sale al 90%.
Gli obiettivi pesano in media:
- 20,4% sulla remunerazione di breve periodo
- 21,9% su quella di lungo periodo
Un segnale forte: la sostenibilità non è più un capitolo a parte, ma entra nel cuore dei meccanismi decisionali.
Un sistema che matura, tra differenze e convergenze
Il Rapporto CONSOB racconta un ecosistema in trasformazione. Le società in-scope mostrano processi più strutturati, una governance più evoluta e una maggiore integrazione degli ESG nella strategia. Le out-of-scope, pur con risorse più limitate, mantengono un approccio serio e un coinvolgimento attivo degli stakeholder.
Il risultato complessivo è una fotografia incoraggiante: la sostenibilità non è più un adempimento, ma un linguaggio comune che sta ridisegnando modelli di business, strategie e governance.
Fonte: Consob




