
Qui il link al podcast Economia civile #144 di Next legal
In un tempo di transizione come quello che stiamo vivendo, ci interroghiamo sempre più spesso sul senso dell’economia. Può ancora essere strumento di giustizia, equità, futuro? Oppure si è ridotta a meccanismo tecnico, svuotato di visione?
L’economia civile ci offre una risposta potente: sì, un’altra economia è possibile — non come utopia irrealizzabile, ma come traiettoria concreta per rimettere al centro la vita, le relazioni, il bene comune. È un paradigma culturale e pratico che considera l’impresa non come soggetto estratto dalla società, ma come attore che partecipa alla costruzione di una comunità giusta e sostenibile.
A differenza dell’economia sociale — che si concentra soprattutto sull’organizzazione dell’offerta di servizi mutualistici o di interesse generale — l’economia civile si interroga sul “come” e sul “perché” si fa impresa, proponendo una rilettura delle finalità dell’agire economico in chiave relazionale, cooperativa e generativa. Come ha chiarito il prof. Stefano Zamagni, la differenza sta nel fatto che l’economia civile mira alla trasformazione delle logiche di mercato, non solo al rafforzamento del terzo settore. E si fonda su quattro pilastri: reciprocità, fraternità, bene comune e gratuità.
Questa visione non è isolata: si incontra oggi con altre esperienze vive e complementari, come l’economia sociale e solidale — che Paolo Venturi descrive come “una democrazia economica in movimento”, fondata sull’ibridazione di risorse, sull’impatto e sulla governance partecipativa — e con l’Economy of Francesco, movimento internazionale di giovani economisti, imprenditori e changemakers che cercano di riscrivere le regole dell’economia a partire dai più fragili.
Dall’intreccio di questi percorsi nasce una lezione condivisa: l’economia è un fatto culturale, educativo, politico. Non è neutra. E può essere uno spazio di costruzione collettiva del futuro.
È da qui che possono (e devono) partire le imprese. Non più solo come “macchine da profitto”, ma come agenti di trasformazione sociale, capaci di generare valore condiviso e impatto reale. Le società benefit, in particolare, sono uno degli strumenti più concreti per tradurre questa visione in pratica: attraverso lo scopo di beneficio comune, la valutazione dell’impatto, l’allineamento con gli SDGs, la governance responsabile. Non si tratta solo di “fare bene”, ma di fare il bene con metodo e intenzionalità, ripensando il ruolo dell’impresa dentro le comunità.
Infine, è alle nuove generazioni che questa economia parla con più forza. Perché propone non un modello “già fatto”, ma un orizzonte aperto da abitare con creatività. Le giovani e i giovani non vogliono solo entrare nel mondo del lavoro: vogliono partecipare alla costruzione del senso del lavoro, dell’impresa, dello sviluppo. Vogliono un’economia che non sia solo “efficiente”, ma anche giusta, partecipata e capace di futuro.
Ecco allora che l’economia civile non è solo una teoria: è un invito. A ridisegnare il patto tra mercato, Stato e società civile. A costruire narrazioni nuove. A credere che un’altra economia è non solo necessaria, ma già in cammino.





